Il panorama che si gode dalle mura di Porta Branconia (già denominata Porta di Collebrincioni) domina un’area ricca di testimonianze di epoca preromana ma soprattutto romana. Fu proprio la ricca rete viaria costruita in epoca classica a favorire la diffusione del cristianesimo in questo territorio nel quale vennero costituite le diocesi di Pitinum, Amiternum e Forcona, nonché la “memoria” legata al martire Vittorino. Le successive fonti monastiche attestano che a partire dall’anno mille, molti terreni agricoli ricadenti nell’area erano amministrati dal monastero benedettino di Santa Maria di Farfa. Nel regesto del cenobio sono infatti presenti la curtis di San Severo e la villa, la chiesa e la curtis di San Sisto. Sarà però solo fra il XII e il XIII secolo che il germe vitale di una religiosità pura e semplice troverà la sua espressione nell’Abruzzo montano, con le figure eremitiche di San Franco d’Assergi, San Pietro da Morrone (al secolo Papa Celestino V), il beato Placido da Roio. A quest’ultimo si deve la fondazione del monastero cistercense di S. Spirito d’Ocre (1222), cenobio dipendente dall’Abbazia di S. Maria di Casanova così come S. Maria del Monte a Campo Imperatore e, nell’area di Arischia, il complesso monastico di S. Benedetto alla Cafasse (oggi convento francescano di San Nicola).
La storia successiva dell’area che vediamo dalle mura di Porta Branconia è fortemente legata alla nascita della vicina città di Aquila. Sulla sommità del monte Castelvecchio (attuale Crocetta) si attesta infatti il castrum di Sant’Anza che concorrerà alla fondazione della città; mentre a partire dal 1415 poco distante sorgerà il primo convento abruzzese dell’osservanza minoritica francescana, San Giuliano. Il monastero, nato in un bosco con secolari querce dov’era un’edicola dedicata al Santo, scriverà pagine importanti della storia religiosa poiché diventerà tangibile testimonianza del rinnovamento operato dall’Osservanza francescana le cui figure di spicco saranno quelle di San Bernardino da Siena (1380-1444), di San Giovanni da Capestrano (1386-1456) e di San Giacomo della Marca (1393-1476).
Da questo territorio, giunse inoltre in città il dono più prezioso ricordato da San Francesco d’Assisi nel suo Cantico: sorella acqua. Da Sant’Anza, infatti, agli inizi del ‘300, attraverso la mediazione di frate Giovanni con gli abitanti di Pizzoli, venne convogliata l’acqua sorgiva necessaria alla popolazione proveniente dai vari castelli d’intorno che si era da poco insediata all’interno delle mura di Aquila. L’acqua era indispensabile non solo per vivere ma anche per alimentare le numerose attività produttive quali ad esempio la lavorazione delle pelli e della lana che resero la città ricca e potente; ed era la pastorizia l’attività principale alla quale era legata la parte di città in vista sulle montagne di San Giuliano. Non a caso, già in epoca spagnola (XVI sec.), le mura di quest’area della città erano continue con le porte di accesso demolite, vedi porta Paganica, oppure rimurate come porta di San Basilio, o interrate come la porta Branconia e quella di San Lorenzo. Questo vuol dire che dal perimetro murario che va da porta Castello a porta Barete non si esce e tutto il versante settentrionale, verso le propaggini del Gran Sasso e le grandi aree a prato-pascolo, è lasciato all’armentizia.
In questa realtà si struttura un sistema di allevamento, non solo ovino, che vede le grandi famiglie armentizie aquilane, come i Cappelli, avere terre pascolive appena fuori le mura della città e, senza soluzione di continuità, arrivare alle aree montane più elevate del massiccio del Gran Sasso. Infatti le proprietà dei Cappelli iniziano dai Prati omonimi, a nord dell’attuale stazione ferroviaria appena fuori le mura cittadine, per proseguire fin sotto le vette di monte Corvo (2623 m). Erano terre collegate, attraverso un reticolo di vie tratturali locali, a un vero e proprio sistema di governo territoriale montano costituito da masserie, stazzi e vaccarecce; iniziava da aree vallive a ridosso della città, risaliva verso i possedimenti nei territori del Procoio, della Genca e del Vasto, svalicava monte San Franco e ridiscendeva sul versante del Chiarino dove gli animali, in particolare il bestiame grosso, si muoveva liberamente sotto il controllo di pastori-massari fino alle quote dei duemila metri ed oltre.
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