La prima ascensione della vetta più elevata degli Appennini e del Gran Sasso d’Italia, il Corno Grande (2912 m), venne compiuta dal bolognese Francesco De Marchi (1504-1576). L’ingegnere militare era giunto all’Aquila con la corte che accompagnava la nuova governatrice della città Margherita d’Austria.

Il 19 agosto 1573, guidato dal cacciatore di camosci di Assergi, Francesco Di Domenico e in compagnia di Cesare Schiafinato, Diomede dall’Aquila, dei portatori Simone e Giovampietro Di Giulio, probabilmente attraverso il canalone Bissolati, giunse in vetta al “Fiscellus Mons” (così era chiamato nell’antichità il Gran Sasso).
La cronaca dell’ascensione restituisce l’entusiasmo del capitano che scrisse: “Quand’io fuoi sopra la sommità… mirand’all’intorno parea ch’io fussi in aria”, una volta disceso egli esplorò anche Grotta a male. Per questa sua sete di avventura, per la sua capacità di progettare sistemi di difesa militare viene definito il “Leonardo da Vinci abruzzese”.
L’attribuzione della prima scalata del Gran Sasso al capitano De Marchi è una scoperta “recente”, per molti secoli infatti la prima ascensione nota fu quella compiuta dal versante teramano da Orazio Delfico (1769-1842). Il 30 luglio 1794, lo studioso di scienze naturali raggiunse la Vetta Orientale (2903 m) della montagna, che a partire dal 1636 venne denominata “Monte Corno”, e ne misurò per la prima volta l’altezza (8039 “piedi parigini” s.l.m.).
Si deve invece a Corradino e Gaudenzio Sella la prima salita invernale al Corno Grande nel gennaio 1880. Tra le guide, Giovanni Acitelli che aprirà numerose vie sul massiccio e sarà fra coloro che condussero fino alla vetta gli alpinisti Edoardo Martinori, Enrico Abbate, Giuseppe Micocci, Guglielmo Mengarini, Enrico Coleman. Dobbiamo proprio a quest’ultimo, caposcuola del naturalismo della pittura romana della seconda metà dell’Ottocento, l’avvincente cronaca dell’ascensione invernale avvenuta il 26 maggio 1880.
Dai primi del Novecento, il desiderio di aprire nuove vie e scalare le vette del Corno Grande crebbe sempre di più. L’alpinista inglese Douglas William Freshfield (1845 – 1934), promotore nelle università di Cambridge e Oxford delle cattedre di geografia orografica e di glaciologia nonché ideatore dei riconoscimenti legati alle esplorazione terrestri del Royal Geographical Society, nel maggio 1875 scrisse una bella pagina dell’escursionismo scalando il “re degli Appennini” che, come egli stesso relazionò, “raramente era stato avvicinato e mai scalato dagli inglesi”. La mancata conoscenza della catena montuosa da parte di alpinisti stranieri colpì anche Reinhard E. Petermann che nel 1897, scrisse nel registro del rifugio Garibaldi “… in 10 anni, soli 30 tedeschi salirono il monte e fra questi un unico austriaco”.
Fra i resoconti delle escursioni maggiormente significative quelle di Massimo Ermanno Leosini e Leonida Bissolati (primi anni del ‘900). In entrambe sono descritte le lunghe tappe di avvicinamento che precedevano la scalata del Gran Sasso. In particolare, quella del Leosini ricorda la partenza dall’Aquila e un episodio curioso per noi; la sera si chiudevano le porte del pomerio e per uscire dalla città egli dovette svegliare la guardia di Porta Castello!
Leonida Bissolati racconta invece la partenza da Roma, con il treno si arrivava a Paganica, poi a piedi ad Assergi. Del resto, non era stata ancora costruita la funivia del Gran Sasso che oggi porta in pochi minuti gli alpinisti da Fonte Cerreto al piazzale del Gran Sasso, né l’albergo di Campo Imperatore. Per questo motivo la penultima tappa con pernottamento prima della vetta era solo quella presso il rifugio Duca degli Abruzzi che, all’epoca del resoconto, era stato appena inaugurato.
Nel 1896 da un documento storico apprendiamo che il CAI di Roma aprì “ad uso degli alpinisti un servizio telegrafico di colombi viaggiatori tra il Gran Sasso ed il paese di Assergi.”
La colombaia era “tale da poter rispondere con sicurezza a tutte le esigenze di tale sistema di segnalazione” i colombi erano dati in affitto a coloro che erano accompagnati da guide di Assergi ed ai soci del CAI.
Il fascino esercitato dal massiccio spinse nel tempo gli alpinisti ad aprire sempre nuove vie; ricordiamo solo brevemente quella sul Corno Piccolo ad opera di Aldo Bonacossa (sezione CAI di Torino) ed Enrico Jannetta, (alpinista romano), ad essa seguirono l’ascensione al Corno Grande, al Torrione Mario Cambi, alla parete Nord per la direttissima del Ghiacciaio del Calderone ad opera di Antonio Pansa (25 luglio 1930).
Dal Settecento ad oggi, il fascino del maestoso Mons Fiscellus perdura inalterato nel tempo e si offre in tutto il suo splendore dal cippo De Marchi che ricorda il suo primo, intrepido, scalatore.
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